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Les carottes sont cuites

Postato il 18 September 2019 da Elide Messineo
Nel 1943, durante uno dei suoi famosi discorsi, Winston Churchill si riferiva alla complessa situazione politica internazionale definendo l’Italia un asino che, come tale, avrebbe meritato il trattamento del “bastone e della carota”. Per gestire gli asini, noti per essere particolarmente testardi, è necessario trovare il corretto bilanciamento tra atteggiamenti molto severi e altri più morbidi: prima il bastone, poi la carota, appunto. Secondo Churchill questo era lo stesso trattamento da riservare all’Italia per portarla alla resa durante la Seconda Guerra Mondiale. Come siano andate poi le cose, lo sappiamo tutti. Sappiamo anche che, nei tempi duri della guerra, usare le parole giuste per persuadere il popolo era fondamentale e i discorsi di Churchill sono passati alla storia per la loro bellezza, la sua abilità retorica e la capacità di infondere coraggio al popolo britannico, stremato dai combattimenti e dalla carenza di cibo. Fenomeno particolarmente influente, allora, era anche quello della propaganda. Oltre a rendere “digeribile“ l’effetto bastone-carota al quale ogni nazione era stata a suo modo sottoposta, la propaganda ha contribuito notevolmente a consolidare gli stereotipi (negativi) sui Paesi in guerra tra loro. Incredibile ma vero, le carote sono state grandi protagoniste dell’epoca ed anche delle campagne di propaganda. Abbiamo visto che gli Stati Uniti hanno investito moltissime delle loro risorse per la propaganda e, oltre alla Disney, anche la Warner Bros. è stata coinvolta direttamente con i suoi Looney Tunes e la serie Merrie Melodies. Nel 1943, lo stesso anno in cui Churchill pronunciava il suo discorso, un celebre mangiatore di carote derideva i giapponesi: si trattava di Bugs Bunny. L’irriverente coniglio, ideato nel 1938 e che ha perfino una stella sulla Hollywood Walk of Fame, con il suo atteggiamento spavaldo infondeva sicurezza e anche ottimismo in un momento storico così delicato. Ancora meglio se derideva in nemici, i nazisti della Germania di Hitler o i loro alleati giapponesi. Uno dei corti più noti dell’epoca, non a caso, è “Tokio Jokio” (1943), pieno zeppo di luoghi comuni ed espressioni non proprio delicate nei confronti del popolo giapponese. Lo stesso vale per “Nips the nips” (1944) in cui Bugs Bunny incontra, tra gli altri stereotipi, anche un lottatore di sumo. Nei cartoni della serie Merrie Melodies viene sottolineata continuamente la presunta superiorità del popolo americano. I due corti rientrano nei leggendari “Censored Eleven”, un gruppo di cartoni censurati alla fine degli anni Sessanta proprio perché considerati controversi. Il politicamente corretto, allora, aveva standard assai diversi rispetto a quelli a cui siamo abituati. Nessuno, nel ’43, si sarebbe stupito nel vedere un coniglio deridere un popolo intero per gli occhi a mandorla o nel sentirlo rivolgersi ai suoi abitanti definendoli “faccia di scimmia”. A guerra finita, il discorso di Winston Churchill è passato alla storia e “bastone e carota” è entrato a far parte del linguaggio corrente, viene usato in genere per parlare di strategie politiche legate a figure di potere. Bugs Bunny, invece, insieme agli altri colleghi animati, è diventato decisamente più politically correct e non ha mai smesso di sgranocchiare le sue amate e croccanti carote.



Vedo tutto arancione!

Tutti sanno che questi ortaggi apportano numerosi benefici. Contengono, tra le altre cose, i carotenoidi, pigmenti vegetali di natura lipidica dalle molteplici proprietà. Il più celebre tra questi è senza dubbio il betacarotene: ricco di antiossidanti, ideale contro i radicali liberi, rafforza il sistema immunitario. Si trova, in genere, in tutti gli alimenti vegetali dalla colorazione gialla, rossa o arancione ma lo contengono anche alcuni insospettabili come gli spinaci, cavoli e prezzemolo. Altri alimenti che contengono betacarotene sono la zucca, le albicocche, le prugne e le pesche secche oppure ancora le patate dolci. Il primo a isolare il betacarotene è stato il chimico Heinrich Wachenroder, che isolò l’elemento nel 1831 proprio dalla radice di una carota – da qui il suo nome. Originaria del Medio Oriente, la carota aveva un tempo una colorazione molto più scura, violacea (si trova tutt’ora), e un sapore meno dolce rispetto a quello che conosciamo oggi. Pare che la caratteristica colorazione arancione – la più diffusa ai nostri giorni – sia il frutto di una serie di incroci e che sia nata in Olanda per omaggiare la dinastia degli Orange. Ancora oggi le carote si possono trovare allo stato selvatico – ne favorisce la crescita il clima temperato – ma sono ampiamente coltivate in tutto il mondo. Sono state portate in Europa da Baghdad e hanno messo radici in Spagna, per poi diffondersi nel resto del continente e arrivare a cambiare colore nel 16° secolo. Sull’effettiva domesticazione della pianta non si sa molto ma è risaputo che se la carota cresce in un ambiente favorevole si diffonde piuttosto velocemente. Esistono tracce dell’ortaggio fin dall’Eocene (tra i 35 e i 55 milioni di anni fa), delle carote compaiono in alcuni disegni degli antichi Egizi e si sa pure che venivano usate nell’antica Roma come piante medicinali. Venivano utilizzati anche i semi e si pensava perfino che le carote potessero essere afrodisiache, nel Medioevo se ne sfruttavano le proprietà come antidoto per i morsi di animali velenosi. Per molto tempo questa verdura è stata confusa con la pastinaca, è stato solo con Galeno che è avvenuta una distinzione netta e proprio per questo motivo tutte le informazioni prima di questo momento potrebbero essere imprecise. La popolarità massima delle carote, con molta probabilità, ha raggiunto il suo apice proprio nel periodo della Seconda Guerra Mondiale. Nel Regno Unito si parlava moltissimo dei valori nutrizionali dell’ortaggio e della sua versatilità in cucina. Si era diffusa perfino la voce che migliorasse la visione notturna. Se è vero che la vitamina A fa bene alla vista, non è per lo stesso motivo che molti inglesi, a quei tempi, pensavano che avrebbero visto molto meglio al buio. Si trattava di una credenza diffusa dallo stesso Governo, che cercava di tutelare un segreto della RAF. L’aeronautica militare, infatti, riusciva ad attaccare il nemico di notte grazie all’utilizzo di un radar tecnologicamente avanzato per l’epoca, ma per non far sapere ai tedeschi del loro avanzamento tecnologico, gli inglesi iniziarono a raccontare che i loro piloti ci vedevano così bene proprio perché mangiavano molte carote. Molta fu la propaganda realizzata intorno all’ortaggio, incentivandone la coltivazione in casa e portando perfino alla generazione di un surplus di carote nel 1942. Nel 1941, nell’ambito della campagna “Dig for Victory”, era stata introdotta la figura del Dr. Carrot, che promuoveva le carote come bene sostituto della carne o di altri vegetali scarsamente reperibili. La figura del dottore, affiancata da altri personaggi come Potato Pete, acquisiva credibilità agli occhi del popolo, sempre più affamato e costretto a compiere enormi sacrifici. Nelle gelaterie del Regno Unito, nel difficile periodo della guerra, non si trovava più alcun gelato. Molti bambini scoprirono solo a guerra finita cosa potesse essere un ice cream, prima di allora si erano dovuti accontentare di carote sullo stecco, vendute come snack sfizioso. In tempi di magra, si sa, ci si deve accontentare.

Le carote sono state, a loro modo, anche protagoniste del D-Day. Il 6 giugno 1944, quello dello sbarco in Normandia, tra i vari messaggi diffusi da Radio Londra agli alleati c’era anche “Les carottes son cuites”, ovvero “le carote sono cotte”. Insieme ai “singulti dei violini d’autunno” e a molti altri messaggi in codice, venne scelta questa espressione tipicamente francese, di solito usata per dire che non c’è più niente da fare. Anche se dopo la Seconda Guerra Mondiale la situazione economica del Regno Unito e degli altri Paesi è decisamente migliorata, le carote non sono state accantonate e sono rimaste un prodotto molto utilizzato in cucina. In alcuni Paesi, inoltre, vengono utilizzate anche come frutto – una direttiva dell’Unione Europea specifica  infatti che possono essere usate come frutto nella consumazione e come ortaggio nella produzione – per la preparazione di squisite marmellate. Per chi legge, invece, non saranno più un semplice ortaggio nè un frutto ma una sorta di libro vegetale, con tante storie da raccontare.


Foto di Federica Di Giovanni