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Come nascono i fast food

Postato il 22 April 2020 da Elide Messineo
Fast food significa pasto veloce, rapido, pronto. Nasce dall’esigenza di una società che va sempre più di corsa, il cui mito della velocità e del “tutto subito” hanno tolto importanza alla lentezza e soprattutto all’importanza del rispetto dei tempi, a partire da quelli della natura. Non a caso, una delle prime cose che vengono in mente, parlando di fast food, è l’artificialità del cibo e tutto viene da pensare, tranne che si tratti di qualcosa di sano. Da dove arriva, allora, tutto questo successo?

La voce “fast food” è apparsa per la prima volta nel Merriam-Webster Dictionary nel 1951. Coincide con gli anni della prima grande diffusione di questa tipologia di locali, ovvero quelli del boom economico del dopoguerra. Prezzi bassi e altamente competitivi, cibo di scarsa qualità e gustoso, così tanto da creare quasi dipendenza: questi sono alcuni dei tratti tipici di un fast food, ma è sempre stato così? Più o meno.

Il mondo prima

I fast food sono nati con l’intento di ottimizzare risorse e consumi e, ovvio, incrementare i guadagni. L’idea alla base è stata quella di sfruttare il sistema di una catena di montaggio applicandolo alla ristorazione, con le conseguenze alienanti già raccontate in precedenza da Charlie Chaplin in “Tempi moderni”. L’idea di servire del cibo pronto esiste da sempre, è così che è nato lo street food ed è documentato fin dai tempi degli antichi greci. Anche nell’antica Roma c’era l’abitudine di vendere cibi pronti per i clienti che, per qualsiasi motivo, non potevano permettersi di cucinare. La velocità di quei tempi, è chiaro, era ben diversa dalla frenesia che conosciamo oggi. Sono arrivate, in seguito, le osterie e perfino i pirati avevano dei precursori dei moderni servizi di delivery. Secondo alcuni, i veri precursori del fast food erano i chioschi che vendevano fish & chips – piatto british per eccellenza – e il primo rivenditore è nato nel 1860 a Oldham. Ma è solo con l’industrializzazione che è stato possibile creare un sistema completamente innovativo come quello di un fast food.

Se si pensa a questa tipologia di locale, non può che venire in mente McDonald’s. Anche se si adattano alle abitudini alimentari di ogni Paese, i cibi di McDonald’s sono famosi per avere sempre lo stesso sapore e in tal senso sono un “garanzia”, una sicurezza per chi si trova all’estero e magari non apprezza la cucina locale. Grazie agli aromi artificiali, chiunque saprà di poter sempre contare su un “panino del Mac”. Come avvenuto anche per la nascita di Facebook, l’idea originaria è di una persona ma serve qualcuno che abbia l’intraprendenza di portarla avanti e solitamente questo qualcuno è munito di una buona dose di furbizia. La storia del McDonald’s è iniziata con un piccolo chiosco di hot dog – dei fratelli Mc Donald, appunto – nel 1937 ad Arcadia (California), seguito tre anni dopo dall’apertura di un ristorante a San Bernardino. Seguendo l’esempio di un’altra catena di ristoranti, l’idea era quella di avere una sorta di catena di montaggio all’interno del proprio ristorante. I due fratelli si rifornivano di frullatori per i loro milkshake da Ray Kroc, che però aveva ambizioni più alte e non intendeva rimanere un semplice rappresentante. Insieme si accordarono per l’apertura di nuovi ristoranti oltre i confini californiani, ma Kroc rilevò completamente il marchio nel 1961, prendendo in prestito sempre dall’altro ristorante l’idea di mettere dei vetri in cucina, per mostrare la preparazione del cibo e puntare tutto sulla trasparenza – requisito che oggi rimane in fondo alla lista delle cose che vengono in mente pensando al McDonald’s. La storia è stata raccontata anche al cinema, nel film “The Founder” con protagonista Michael Keaton. Né i due fratelli che hanno dato il nome alla catena di ristoranti né Kroc probabilmente immaginavano l’impatto che le loro idee avrebbero avuto sull’ambiente e sulla salute delle persone.



Negli anni Cinquanta arrivarono anche Burger King e Taco Bell, seguiti da Wendy’s e innumerevoli altre catene, tra cui Subway – che oggi ha superato McDonald’s per la quantità di punti vendita sparsi in tutto il mondo. Tra queste ce n’erano alcune già esistenti che si riadattavano alle nuove esigenze di mercato e prendendo esempio dalla concorrenza, altrimenti non sarebbero sopravvissute. Esistono diverse tipologie di fast food e tra questi rientrano i drive-through, che c’erano già negli anni Trenta e che si sono mantenuti fino ad oggi. Questo avviene in particolare negli USA, dove c’è la pessima e diffusa abitudine di mangiare direttamente in macchina. La rivoluzione del fast food è stata una rivoluzione democratica: finalmente mangiare fuori era concesso a tutti e per di più a prezzi popolari. Non si trattava più solo di una prerogativa delle famiglie benestanti, così chiunque poteva andare al ristorante e trascorrere una serata diversa. Provate a immaginare quanto questo fosse importante dopo la crisi del ’29 e a maggior ragione dopo la Seconda Guerra Mondiale. I miglioramenti tecnologici, poi, hanno permesso di ampliare l’offerta, diventando calamite sempre più attraenti per i clienti.

Quello di McDonald’s è il caso più eclatante ma, come abbiamo visto, l’idea originaria è stata di qualcun altro. Un precursore, infatti, c’è stato e si tratta della catena White Castle di Billy Ingram e Walter Anderson. Ancora oggi sono conosciuti per la produzione dello slider, l’hamburger con il panino dalla base quadrata che il Time nel 2014 ha definito il “burger più influente della storia” e che allora veniva venduto a 5 centesimi. Il primo ristorante fu inaugurato a Wichita, Kansas, nel 1921 con l’intento di cambiare la percezione diffusa sugli hamburger, fino ad allora venduti solo alle fiere. Quasi tutti erano convinti che si trattasse di scarti provenienti dai macelli e perciò venivano venduti a basso costo ma White Castle fece una cosa che di lì in poi ha sempre funzionato: mostrare al pubblico la preparazione del cibo, preparare l’hamburger sotto gli occhi dei clienti. Fu anche la pubblicità a fare la differenza per White Castle, soprattutto quando iniziarono a diffondere dei coupon in cui offrivano 5 burger a 10 centesimi, se consumati fuori dal locale.

Il mondo oggi

Fast food è ormai diventato sinonimo di un certo tipo di alimentazione piuttosto che di una tipologia di locale – che per certi aspetti si avvicina molto al diner. Le caratteristiche del junk food sono principalmente le basse qualità nutrizionali, tanti zuccheri, grassi saturi, poche fibre e molto, molto colesterolo. La larga diffusione dei fast food ha portato ad una progressiva ed altrettanto rapida diseducazione alimentare. C’è da dire che le catene, soprattutto oggi, cercano di adeguarsi alle richieste dei consumatori, che si sono fatti sempre più attenti, consapevoli ed esigenti, cercando di rendere l’offerta per quanto possibile più sana e bilanciata. Nel corso del tempo sono stati molti a interrogarsi sulle conseguenze dei fast food sotto diversi aspetti, a partire dalla salute delle persone. Morgan Spurlock fece molto scalpore quando, nel 2004, fece uscire “Supersize me”, il documentario più celebre sulle conseguenze che il cibo da fast food ha sulla salute. Due anni dopo Richard Linklater ha diretto “Fast food nation”, che ruota principalmente attorno all’industria della macellazione bovina, ma esistono numerosi altri documentari che raccontano di enormi giri d’affari e soluzioni inquietanti sia per la salute umana che per il benessere ambientale e animale.

Oggi, per fortuna, esiste una maggiore consapevolezza da parte dei consumatori. Questo sta portando una vera e propria trasformazione del cosiddetto junk food – il cibo spazzatura. Uno dei simboli del fast food è l’hamburger con le patatine ma oggi sappiamo benissimo che può essere consumato in una versione decisamente più sana rispetto a quella proposta dalle varie catene omologate. A partire dalla seconda metà degli anni Ottanta, inoltre, si è sviluppato un movimento che va nella direzione opposta e adesso conosciuto in tutto il mondo. Si tratta di Slow Food, nato a Bra nel 1986 e fondato da Carlo Petrini per difendere e divulgare la tradizione agricola ma anche per ricordare il piacere di un pasto consumato con lentezza. Si tratta di una riscoperta che sta riscuotendo sempre più successo, una scommessa che restituisce – gradualmente, come prevede la sua filosofia – i suoi frutti. La cultura è un ingrediente fondamentale, bisogna acquisire consapevolezza di ciò che si consuma, sapere da dove arriva, conoscere la produzione che c’è dietro, sapere se è lontana o meno da manipolazioni genetiche e produzioni di massa, se le aziende produttrici sono attente alla salvaguardia ambientale. Si va dal benessere animale alla tutela di allevatori e agricoltori che puntano tutto su coltivazioni sane e garantiscono prodotti provenienti da filiera corta, fino all’importanza delle qualità nutrizionali. In un piatto, insomma, ci sono molte più questioni in ballo di quanto si possa pensare.

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